mercoledì 26 novembre 2008

Passante.

Il sole disegna ogni giorno un'ombra un pò più curva,
rallenta l'incedere di cappello e soprabito d'ordinanza,
indaga con la curiosità animale dei giovani la vecchia cartella lisa,
in cui non ci sono che poche foto ingiallite:
tutti i giorni si vede inscenare la solita commedia,
col sorriso trepidante di dover chiedere scusa,
pensionato che continua a recarsi al lavoro dei suoi ricordi.

martedì 25 novembre 2008

Se sono rimasti a posto persino i sassi nei vostri viali.

Sentirmi me stesso, separato e diviso dagli altri, forte della mia identità calda e liquorosa: il timore dell'aria improvvisamente fredda che avvertivo per la prima volta, la mancanza della non esistenza e delle non sensazioni mi accompagnavano, mentre perdendo e acquistando continuamente sbuffi di non individualità rotolavo lungo la colata lavica. Enorme la curiosità, il tentativo di espandersi sempre, la terra che da una macchiolina lontana diventava grumosa e spaventata sotto di me, sotto di noi: già il primo cedimento, già tornavo a confondermi con la massa uterina che devastava il fianco del vulcano.

Altra violenza, calore sudore: il colpo di piccone che mi ha riportato in vita è stato violento, senza mediazioni, immediato e freddo. Lo aspettavo trepidante, dopo che per lunghissimo tempo alcune minuscole particelle di me avevano conservato il ricordo di quel sole annerito, del freddo, della paura dell'albero che avevamo inglobato. Coccolato dall'uniformità, viziato dall'assenza di decisioni da prendere, di responsabilità e di scoperte avevo contemplato quei ricordi come un refolo di identità e di diversità. Ora ero di nuovo io, rinforzato dalle mani dell'artigiano che mi creò limitandomi e dandomi certezze, squadrandomi con pochi colpi netti e gettandomi poi in un carro con molti miei simili, cubi rosati che fremevano curiosi.

Di nuovo l'immobilità per anni: incastonato in una strada, vivo in modo latente. Vedo scorrere la vita sopra di me, non vi posso partecipare e forse neppure vi voglio. Altra cosa è vagheggiare un'identità protetto da un'uniformità inglobante, altra cosa ben diversa è strapparsi dalla massa, agire in prima persona, assorbire solo su di sè i colpi dei carri, dei sandali, masticare il sudore della vita di tutti i giorni. Meglio cercare l'appoggio di altri, scaricare le pressioni tutti assieme, lasciare che sia la massa a prendere le decisioni, rifuggirle per la paura di perdere la propria geometrica perfezione. A volte la mia individualità, spinta forse ancora dal fuoco che ci ha generato prende il sopravvento e oeso i passi sopra di me, voglio intuire se l'elasticità che vi imprimono è data dalla forza o dalla rabbia: la fame li rende rapidi ma poco potenti, l'opulenza mi soffoca, leggiadri i passi delle donne accolgo, mentre sfuggo le lance lucenti dei soldati. Ma tutti questi attimi di vita, di consapevolezza durano poco: a lungo andare il mondo reale mi spaventa, mi rende perplesso e mi rifugio nell'indeterminatezza soporosa della massa.

Il lancio, fatto con forza improvvisata, mi stupisce: anni, secoli mi avevano fatto sprofondare nell'oblio, oceani di vita erano passati sopra di me, diventato indifferente per lo spegnersi lento della fiamma della mia curiosità. Ora una mano mi afferra, mi scrolla di dosso la muffa dell'indifferenza e della noia, sento le bandiere, gli slogan, le grida, mi sento esposto come non sono mai stato, ho il dubbio che di nuovo non stia seguendo una mia decisione, ma è la rabbia che mi spinge, nell'arco che disegno ho la sensazione di essere finalmente compiuto, perfettamente realizzato, finchè mi abbatto, frantumando i miei sogni sugli scudi di plexigas dei privilegi eterni.

martedì 18 novembre 2008

Dalle mie montagne

Le nuvole sfilacciano
l'ombra del brulicare delle città,
confondono astute il desiderio e la paura di scendere,
scaldati dai dubbi che arroventano gelate certezze:
a volte fuggi, desideroso di umanità,
sempre torni ricoperto di impolverato sdegno:
ti illude il vento, che non gioca più con te
ma sempre più cinico,
di nuovo,
ti soffia giù.

sabato 18 ottobre 2008

Arrivare alla specchio.

Era la seconda volta che Paul si faceva la barba: stirandosi al massimo sulla punta dei piedi, arrivava a stento allo specchio. La prima volta si era tagliato tutto e sua sorella, di poco più grande l‘aveva preso in giro a lungo poi però gli aveva regalato una nuova schiuma da barba. Con quella un collage di articoli contro la guerra in Vietnam: proprio lo stile di sua sorella. Sempre con la testa persa in qualche strano progetto, in posti lontani: lui in quei giorni non sapeva nemmeno cosa era il Vietnam, il suo orizzonte era la strada piena di sole dove si affacciavano la casa dei suoi e dei suoi amici, ma soprattutto era anche la voglia di crescere e di andare, da qualunque parte, magari proprio con Mary..mah..erano bei sogni..e intanto si era di nuovo tagliato e rimase un attimo a fissare quel po’ di sangue che spariva nel vecchio lavandino.

Certo adesso non si tagliava più come una volta, pensò Paul mentre veloce si metteva la cravatta si faceva la barba: era nella sua stanza all’università, e quel giorno avrebbe avuto un importante colloquio di lavoro. Era per un importante gruppo finanziario americano, e sua sorella aveva avuto molto da ridire sull’eticità della scelta: quella parola era per lui quasi nuova, eticità era far bene il proprio lavoro, poi non è che lui poteva cambiare il mondo:intorno al piccolo tavolo della cucina si era discusso fino a tardi, si erano lasciati male, poi però lei gli aveva regalato un nuovo rasoio, con la scatola piena di etichette a favore di Carter contro Nixon: la campagna elettorale era prossima, ma lui era infiammato dalla possibilità del lavoro e soprattutto dal sorriso di Jane che lo aspettava subito dopo il colloquio.

Era un giorno importante, il più importante della sua vita (d’altronde glielo avevano ripetuto tutti da un bel po’) e proprio quel giorno si era tagliato di nuovo con la lama del rasoio, cosa che neanche quando era piccolo: guardò irosamente il rasoio, che lo fece pensare a sua sorella, che era tornata dal suo lungo viaggio in India per il suo matrimonio. Si erano incontrati il giorno prima, come erano sembrati diversi: lui e Jane pieni di vita, giovani e brillanti, lei precocemente stanca quasi impolverata da tutta la strada che aveva fatto, ma sempre con il gusto della battuta: ma ora basta, era tempo di incamminarsi lungo quella giornata piena di sole.

La mattina presto, nella sua cucina“ Guarda non ce la faccio più: il lavoro i bambini mia moglie, non ho neanche un attimo solo per me.. “perché non venite un week end qui, nella nostra vecchia casa: ce ne stiamo un po’ tranquilli…” “ ok sento mia moglie e ti dico, poi devo vedere il capo..” “ ho letto sul giornale che stai diventando importante..” “ sì ci stiamo espandendo, sai la sensazione inebriante di cavalcare un’onda di…” di cosa…?” “ di poter cambiare qualcosa: ti ricordi una volta ne parlavamo, ora con un clic sposto milioni di dollari e ..” “ e pensi che quello sia il cambiare qualcosa?.”ecco di nuovo quella sensazione, sua sorella lo spiazzava sempre, tutte le volte che lui pensava di aver raggiunto un punto di certezza c’era sempre un che di nuovo, un nuovo gradino da superare, in fondo fin da piccoli era il loro gioco preferito ” va bè non parliamone adesso ti richiamo dopo per…”

Era strano radersi con estranei: lui lì era fuori posto, non c’entrava nulla, ma ormai aveva imparato che certe cose in quel ramo delle prigione di New York non andavano ripetute troppe volte. La sua storia mal si accordava con i tatuaggi, con la ferocia, a volte solo con la povertà e con la lucida follia della gente che vedeva intorno a sé: capivano fin troppo bene, ma loro avevano vissuto ben di peggio della banale storia di un uomo che aveva perso tutto. Il lavoro ovviamente, perché chi altri avrebbe mai riassunto un manager che viola le regole in modo così prevedibile?. Lui era un peso medio, era esattamente uno come lui che cercavano per fargli scontare anni di fallimenti. La famiglia, sua moglie certo gli era vicina, però si era come irrigidita, tutta in difesa dei loro figli, tesa a garantire loro che non sarebbe cambiato nulla: per lui invece sarebbe stato un altro giorno pieno di regole e di umiliazioni, e per la prima volta non riusciva a vedere un orizzonte di fuga davanti a sé.

Questa volta arrivava allo specchio, che quella pazza di sua sorella aveva semicoperto di adesivi “ yes we can!: e lui questa volta aveva deciso di crederci, di lasciarsi trascinare in quell’altra folle avventura, e così da giorni, girava per le strade, accompagnava quella colta e stravagante donna di mezz’età in giro per scuole, supermercati strade. Non lo ammetteva, ma per lui era un’anestesia: la moglie si era allontanata, doveva pensare a se stessa, glielo avevano detto tutti, era giusto così: lui non aveva la forza di rifletterci, aveva paura di tagliarsi con la verità: meglio allora la sorella, che si stava accalorando in discussioni con la vicina di casa, fervente repubblicana? Scrollò il rasoio, si guardò: ci avrebbe pensato, non adesso, ma questa volta si sarebbe fermato a pensarci: cullandosi con questa idea, si avviò verso una nuova giornata, colma di punti interrogativi che lo avrebbero solleticato.

mercoledì 15 ottobre 2008

Entropia.

Le mani avide dei bimbi chiudono,
accarezzandoli, gli occhi dei vecchi,

specchi di memorie dubbiose,
tendono verso l'infinito le corde invisibili delle galassie

per scagliare la freccia del tempo nel cuore rugginoso di Dio,
bersaglio che sfuma nel profumo d'incenso della tua infanzia.

sabato 27 settembre 2008

S.

Mentre i soldati li cercavano, Burma pensava, spaventato, al colore intenso della cuffia di sua nonna: gli era sempre piaciuto, quel tocco arancione di giovinezza sbarazzina che incorniciava le rughe, ma ora spiccava pericolosamente intorno al verde marcio dell'erba fredda. I soldati avanzavano metodici, ma anche un pò distratti: saccheggiato il villaggio, placata la fame di violenza, sesso e sangue e soldi, solo le urla isteriche di un grasso sergente li spingevano ancora verso le ultime colline dietro di loro. Lì, fra quello ombra fredde, erano nascoste una decina di persona, scappata dalle casa più lontane, mentre già i fucili violavano il tranquillo scorrere della vita in quel paesino.

Eppure Burma i luoghi dove la storia viene cesellata li aveva sempre immaginati come solenni, un sottofondo di profumo di incenso, e di odore di vecchie e rassicuranti pergamene, mentre solenni uomini togati, in modo meravigliosamente distaccato, vergavano i mille affannosi tentativi della vita degli uomini che brulicava lontano da loro. Bè lì non era così: l'aria condizionata spazzava via ogni odore e profumo, i traduttori automatici freddi riportavano, in molte lingue ma senza sfumature, risposte che erano tutt'altro che certezze. L'uomo sotto processo, che parlava dall'altra parte del vetro antiproiettile, nell'ambiente asettico del tribunale dell'AIA, era apostrofato come un capo di stato, o un volgare assassino. Dipendeva dall'accento di chi gli si rivolgeva, dai suoi ricordi, da cosa aveva perso o guadagnato in quella guerra di oramai parecchi anni prima. Non assomigliava ad un mostro, come Burma si ricordava da certe immagini di propaganda, ma semplicemente c'era quella sensazione di assurda familiarità, un pò straniante vista la vicinanza, che si ha sempre con i volti che ci scrutano dai giornali, su cui lui e la sua famiglia avevano cercato, sempre più ansiosamente, di leggere il proprio destino.

" Bè sai quel viaggio all'AIA non me lo dimenticherò mai.." ne stava parlanda per l'ennesima volta alla sua ragazza. Lei non era molto curiosa delle sue origini slave, ormai annacquate dagli anni passati a Firenze. Glielo aveva detto subito, da quando il suo sorriso gli riempiva le ore, e aveva anche compreso, con naturalezza, i suoi genitori. La loro faticosa lotta per un pò di dignità, in un paese nuovo, che li vedeva come una minaccia e aveva cancellato con un tratto di penna tutto la lora vita, i loro lavori precedenti, aveva indurito i loro tratti, li aveva quasi resi più "riconoscibili", dio, quanto si era odiato, anni prima ormai, per quella parola. Bè lei nemmeno non gli aveva mai chiesto perchè si portasse dietro una piccola cuffia arancione, strappata dal sorriso di sua nonna dagli ultimi spari, quasi lenti e pigri di quella giornata ormai lontana. Ora invece, il mondo dietro le vetrine del bar era popolato dalla gente che danzava per sfuggire ai proiettili della pioggia: era in giorni come questi che i miagolii dei suoi ricordi, salivano con maggiore vigore dal sottoscala della sua memoria. " A cosa stai pensando?" mentre si chinava verso il suo sorriso, Burma penso che sì, forse con lei si poteva costruire qualcosa di sicuro, qualcosa con cui mettersi in salvo dal freddo e spietato antivirus della storia.

Su internet cercava febbrilmente, da quasi più di un'ora, le foto dell'ennesima guerra in una regione sperduta del Caucaso. Il cerchio alla testa gli rendeva le immagini confuse: le foto che vedeva, dal salotto della sua nuova casa, odorante dei giochi di sua figlia e del suo amore, entravano in conflitto con le immagini del passato. Allora come ora i sorrisi a denti stretti dei potenti circondati da modelle erano accostati alle mani rugose protese, ai sorrisi persi nei crateri dai bimbi, alle macerie della vita di un giovane uomo di fronte alla sua casa distrutta.
Si sentiva come trascinato in un vortice, strattonato fra l'estrema previbibilità di tutto ciò che sarebbe successo e la sua stessa inevitabilità, non si era mai sentito così debole ed impotente, istintivamente cercò con la mano la cuffia arancione, ormai sformata dal peso dei ricordi, ma trovò solo la manina preoccupata di sua figlia, che lo invitava ad uscire. Per un attimo si vergognò pensando ai suoi occhi rossi, poi vedendo la sorpresa dell'incanto in quelli della figlia, sorrise e scuotendo la testa, chiuse la schermata di Explorer e si allontanò con lei.

S come Storia, S come Slobodan milosevic, S come Sopravvivere, S come Resistere.